Colf badante in nero, denuncia e prova del rapporto di lavoro

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Domestica in ‘nero’, cosa si rischia

Se una collaboratrice domestica può dimostrare di aver lavorato per una famiglia, nonostante manchino le ricevute dei pagamenti, può fare causa per ferie e contributi non versati

Una domestica, anche se presta la sua opera in una casa o in un ufficio soltanto per qualche ora alla settimana, deve essere comunque e sempre messa in regola e non può essere pagata in contanti figurando così un rapporto in ‘nero’ senza una regolare denuncia all’Ufficio del lavoro con documenti connessi, specialmente se dopo un primo periodo di prova il lavoro diventa una consuetudine e non una ‘una tantum‘.

La conferma è arrivata una volta di più recentemente con una ordinanza della Cassazione che ha messo nero su bianco quali sono le conseguenze di una domestica pagata a ore e non messa in regola.

In pratica la colf, quale che siano le sue mansioni, se non è regolarizzata può in qualsiasi momento del rapporto di lavoro e fino a cinque anni dalla fine delle sue prestazioni, fare causa a quello che a tutti gli effetti deve essere considerato il suo datore di lavoro per ottenere in sede legale il pagamento di tutte le retribuzioni, le ferie e le indennità non corrisposte o che non possono essere dimostrate.

Nel caso in cui quindi il pagamento della donna delle pulizie sia sempre stato effettuato in contanti, non potendo essere rintracciato, mancherà la prova da parte del datore di quello che dovrebbe essere per legge e quindi quest’ultimo potrebbe essere condannato a versare una seconda volta tutte le retribuzioni dovute, dall’inizio del rapporto di lavoro sino alla chiusura del rapporto.

La prova del rapporto di lavoro

Ma come può la domestica pagata sotto banco dimostrare quello che è stato il suo rapporto di lavoro ?

In teoria possono bastare le testimonianze di altre donne che come lei hanno lavorato nello stesso condominio e quindi possono confermare la sua presenza in quella casa oppure dei familiari che l’hanno accompagnata sul posto di lavoro e sono andati a prenderla una volta terminate le sue mansioni.

Quindi la prova testimoniale può sostituire l’assenza di un documento scritto che attesti l’esistenza di un rapporto.

In particolare nel caso sul quale si è espressa la Corte di Cassazione la richiesta di risarcimento da parte della domestica è stata rigettata per difetto di prove, ma questo non toglie il fatto che le stesse possano essere ottenute.

In pratica quindi anche in assenza di un documento scritto che confermi l’esistenza di un rapporto continuativo di subordinazione, la donna delle pulizie può ugualmente far valere i propri diritti davanti ad un giudice.

Il datore dovrebbe sempre avere delle ricevute formali che dimostrano gli avvenuti pagamenti, anche se queste comunque non impediranno di essere sanzionato per il lavoro in nero e non cancelleranno il pagamento dei contributi e delle eventuali ferie non corrisposte.

Approfondimenti : licenziamento colf e badanti – naspi colf e collaboratori familiari

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Avvocato lavoro e immigrazione , web writer